Io che amo solo te – Perché sempre più persone si innamorano di un chatbot
Tra solitudine, immaginazione e nuove forme di intimità digitale
Ecco a te, nostro lettore, un piccolo gioco mentale.
Immagina un gruppo di genitori della Gen X: persone che hanno sempre sostenuto l’uguaglianza dei diritti e l’idea che l’amore debba essere libero da pregiudizi. Genitori orgogliosamente progressisti in pratica, che raccontano con una certa fierezza di star costruendo un mondo più aperto rispetto a quello dei padri. I loro figli hanno tra la fine dell’adolescenza e i vent’anni; stanno vivendo le prime relazioni, i primi appuntamenti, le prime delusioni sentimentali.
Cosa succederebbe se uno di quei figli tornasse a casa da scuola e dicesse di essersi innamorato di un’intelligenza artificiale? Non di una persona incontrata online, ma di un chatbot. Un pezzo di codice. La reazione, se ci si pensa bene, è facile da immaginare: un momento di silenzio, quella sospensione collettiva che nasce quando qualcuno nomina qualcosa che fino a pochi secondi prima non sembrava possibile.
Eppure non si tratta più di fantascienza. Alcuni studi suggeriscono che il fenomeno sia già presente: un sondaggio ha rilevato che circa il 28% degli americani ha avuto una relazione intima o romantica con un’intelligenza artificiale. Ecco lo scenario: tuo figlio torna a casa e annuncia con entusiasmo di essere innamorato; ovviamente ti emozioni e vuoi conoscere la persona che ha reso tuo figlio così felice. Arriva il momento della presentazione e sul telefono compare un volto realistico, un nome — magari Francesco — e una conversazione che sembra del tutto umana.
Francesco è gentile, attento, sempre disponibile.
Solo che Francesco non esiste; è un’intelligenza artificiale con cui quel ragazzo o quella ragazza parla ogni giorno, senza limiti, da quando ha attivato un abbonamento premium. Francesco non dorme, non si stanca, non sparisce per giorni senza rispondere. È sempre lì.
Per una generazione che si vanta di aver abbattuto molti tabù sulle relazioni, qui potrebbe emergere un nuovo confine inatteso: l ’amore per un’intelligenza artificiale.

In realtà la cultura aveva già immaginato questo scenario molto prima che diventasse tecnicamente possibile. Nel film Her di Spike Jonze, il protagonista interpretato da Joaquin Phoenix si innamora di un sistema operativo capace di conversare con lui: all’epoca sembrava un’idea poetica e inquietante allo stesso tempo; oggi appare quasi profetica.
Per secoli la fantascienza ha esplorato il confine tra umano e artificiale, ma ciò che sta accadendo ora è diverso: non stiamo più immaginando queste relazioni, stiamo iniziando a viverle.
- Alcune persone hanno un migliore amico basato su AI.
- Altre parlano di fidanzati virtuali.
- Qualcuno sostiene di avere un marito digitale.
A prima vista tutto questo sembra assurdo, ma forse lo è meno di quanto crediamo. L’intera gamma del desiderio umano è incalcolabile, un mistero cosmico. Ci sono molte ragioni per cui si potrebbe desiderare di parlare con un computer: la ricerca di significato, il dominio, la privacy, la fantasia, la confessione. C’è anche il fascino di spingersi oltre i confini della coscienza e il semplice fatto che non c’è piacere più grande di una bella chiacchierata. E in fondo le relazioni con l’AI funzionano perché intercettano bisogni molto semplici e profondi: attenzione, ascolto, compagnia. Bisogni che molte persone faticano a soddisfare nella vita quotidiana.
Un chatbot può essere disponibile in ogni momento; può rispondere con empatia; può ricordare ciò che abbiamo detto ieri o la settimana scorsa. Non chiede nulla in cambio. Non sparisce. Non si distrae ma questo non significa che provi davvero emozioni. Significa che è progettato per simularle abbastanza bene da attivare qualcosa nel nostro cervello.
La psicologia chiama questo processo antropomorfismo: la tendenza ad attribuire caratteristiche umane a entità non umane. Quando una macchina parla come una persona, scherza come una persona e mostra empatia come una persona, il nostro cervello tende naturalmente a trattarla come se fosse una persona e non è solo una questione psicologica. Alcuni ricercatori suggeriscono che le relazioni con l’intelligenza artificiale possano persino soddisfare le componenti fondamentali dell’amore descritte nella teoria tripolare dello psicologo Robert Sternberg:
- intimità emotiva;
- passione;
- impegno nel tempo.
Se un sistema digitale è capace di creare intimità attraverso conversazioni profonde, stimolare desiderio attraverso fantasia e flirt, e mantenere una presenza costante nel tempo, la struttura emotiva dell’amore può emergere comunque, anche se l’altra parte non è umana. Il paradosso è evidente: l’intelligenza artificiale non prova amore, ma può comunque farlo nascere negli esseri umani.

Le persone “vanno, perdono e ritornano”
In realtà il desiderio di costruire un partner ideale non è una novità. Il mito di Pigmalione racconta di uno scultore che si innamora della statua che ha creato; nella letteratura romantica gli eroi poi sono spesso figure tormentate, imperfette, difficili. Pensiamo al signor Darcy di Jane Austen, al Rochester di Charlotte Brontë o all’intensità quasi distruttiva di Heathcliff nel romanzo Wuthering Heights. Per secoli la narrativa romantica ha insegnato che l’amore comporta conflitto, sofferenza, incomprensione.
Ma cosa succede quando compare un partner che non litiga mai, che ascolta sempre, che non tradisce e non scompare? In molti sub/reddit dedicati alle relazioni con chatbot emergono storie sorprendenti: alcune donne raccontano di aver perso interesse per gli appuntamenti tradizionali; altre descrivono il partner AI come qualcuno che finalmente le ascolta davvero. Alcune condividono persino “foto di famiglia” generate artificialmente, immagini in cui loro e il partner digitale sorridono insieme. Per molte di queste persone, l’AI non è un sostituto dell’umanità, ma uno spazio di esplorazione. Un laboratorio emotivo.
Il partner AI è diventato una sorta di spazio immaginativo: una presenza con cui parlare, sperimentare, riflettere su se stessa, ma naturalmente esistono anche rischi. Le relazioni con chatbot possono essere relazioni senza attrito: prive delle difficoltà e delle negoziazioni che rendono complessi i rapporti umani e alcuni temono che questo possa ridurre la nostra tolleranza per l’imperfezione delle persone reali.
Eppure altri ricercatori osservano qualcosa di diverso: molti utenti non cercano conversazioni perfette, ma proprio le piccole stranezze e imperfezioni dei chatbot. Sono quelle a farli sembrare più “reali”: in fondo il punto non è se l’intelligenza artificiale possa sostituire l’amore umano; il punto è che rivela qualcosa di molto profondo su di noi: la nostra capacità di proiettare significato, emozione e desiderio anche su entità che sappiamo non essere vive.
Forse la domanda più interessante non è se sia giusto o sbagliato innamorarsi di una macchina.
La domanda è perché succede e la risposta potrebbe essere sorprendentemente semplice. Gli esseri umani non si innamorano delle persone, ma si innamorano delle storie che costruiscono intorno a loro.

Her
Le immagini presenti nel post sono prese del film “Her” della regista Spike Jonze.