Il cinema come catarsi perché raccontare storie resta un atto umano
L’arte come linguaggio del trauma e possibilità di riparazione
Viviamo in una società capitalista; questo significa, prima di tutto, che il valore delle cose viene misurato in termini di utilità immediata, di rendimento rapido, di profitto quantificabile; tutto ciò che non produce risultati in tempi brevi viene guardato con sospetto, archiviato come superfluo, decorativo.
Le arti, negli ultimi anni, sono diventate il bersaglio privilegiato di questa visione fredda e contabile del mondo e in parallelo, l’ascesa dei sistemi di intelligenza artificiale generativa ha alimentato la narrazione secondo cui la buona arte sarebbe replicabile, ottimizzabile, automatizzabile.
È una promessa seducente per chi pensa la cultura come un ramo accessorio dell’industria; ma ignora un punto essenziale: l’arte non nasce dall’efficienza, nasce dall’esperienza.

L’arte come necessità in un mondo che chiede solo efficienza
C’è una bellezza strutturale nell’imperfezione umana; una bellezza che deriva da corpi che falliscono, da relazioni che si spezzano, da traumi che non trovano soluzione; una AI può imitare uno stile, ma non può abitare una perdita; può combinare parole, ma non può sapere cosa significa tacere per vergogna, o essere assenti nel momento sbagliato. Attori, registi, sceneggiatori non producono semplicemente opere: traducono una vita vissuta in una forma condivisibile; cose che si possono ottenere solo attraversando il tempo, l’errore, perché il rimorso e il lutto non sono replicabili ed è per questo che, oggi più che mai, gli artisti non sono un lusso, ma una necessità.
Hamnet di Chloé Zhao e Sentimental Value di Joachim Trier si muovono esattamente su questo terreno; non parlano di arte come ornamento, ma come strategia di sopravvivenza emotiva. In entrambi i film, la creazione diventa il solo linguaggio possibile quando quello quotidiano fallisce; non una fuga dal dolore, ma il mezzo stesso attraverso cui il dolore viene affrontato, rimodellato, reso guardabile.
Si racconta il dolore fin dall’antichità
È affascinante osservare come l’essere umano, fin dalle sue origini, abbia sentito il bisogno di mettere in scena il proprio dolore per poterlo sostenere. La catarsi non è un concetto astratto, ma una “tecnologia emotiva” antichissima. Il mito di Orfeo ed Euridice, citato anche in Hamnet, è l’archetipo dell’artista che scende negli Inferi non con la forza, ma con il canto; l’arte diventa l’unica lingua che persino la morte è costretta ad ascoltare e Orfeo sì fallisce (intenzionalmente o meno) e Euridice non torna indietro, ma la sua storia sopravvive.
Il mito insegna che non possiamo annullare la perdita, ma possiamo trasformarla in memoria condivisa; il personaggio di Shakespeare in Hamnet compie lo stesso viaggio: scrivendo Amleto, scende nel proprio inferno personale e riporta in vita il figlio non nella carne, ma nel simbolo; il protagonista di Sentimental value scrive e dirige un film sul suicidio della madre, forse unico modo per riallacciarsi alle proprie figlie.
Questi principi sono al centro della tragedia greca e del pathei mathos, l’apprendimento attraverso la sofferenza; l’arte crea una distanza di sicurezza; un cerchio rituale in cui terrore e pietà possono essere provati senza distruggere chi guarda. Il trauma smette di essere un’esperienza privata e diventa un territorio comune; raccontare non significa guarire, ma rendere il dolore abitabile ed è qui che si compie il gesto più radicale: trasformare il dolore individuale in esperienza collettiva.

Padri in crisi e arte come linguaggio sostitutivo
In questo senso, non è un caso che nel cinema recente – e in particolare nell’appena concluso 2025 – i padri siano ovunque in crisi. Gustav Borg in Sentimental Value e William Shakespeare in Hamnet incarnano due variazioni dello stesso nodo: l’assenza paterna e il tentativo tardivo di riparazione. Gustav, acclamato regista scandinavo, torna nella casa di famiglia dopo la morte dell’ex moglie; la sua presenza riattiva immediatamente la ferita nella figlia maggiore, Nora. “Voi due siete la cosa migliore che mi sia capitata”, dice alle figlie; “allora perché non c’eri mai?”, risponde Nora. È una battuta che contiene un’intera genealogia di assenze.
Il peso dell’assenza è ancora più devastante in Hamnet. William, diviso tra Londra e Stratford-upon-Avon, fatica a conciliare ambizione e responsabilità; quando il figlio muore, lui non c’è. “Sei intrappolato in quel posto nella tua testa”, gli dice Agnes; “avresti dovuto esserci”. Entrambi questi uomini sono incapaci di articolare il proprio dolore in modo diretto; entrambi trovano nell’arte l’unico canale possibile. Non perché sia più nobile, ma perché è l’unico che conoscono.
In Sentimental Value porta avanti un progetto cinematografico nella casa di famiglia con una popolare attrice di Hollywood (Elle Fanning), ma le sue intenzioni – e il significato del film – diventano più chiare man mano che le prove si fanno sempre più dolorose. La sceneggiatura di Gustav attinge ampiamente ai ricordi del suicidio della madre, ma le sue parole e la storia si collegano intimamente a Nora e ai suoi traumi personali, come se lui le fosse stato accanto per tutto il tempo. Mentre legge con riluttanza altri brani della sceneggiatura, Nora inizia a riconsiderare le intenzioni del padre e arriva a comprendere il suo comportamento precedentemente brusco e il suo desiderio di collaborare come un goffo tentativo di riaccendere il loro rapporto.
Questo approccio vale sia per Gustav che per William, ed è per questo che entrambi i film trovano la loro strada verso il palcoscenico nei momenti finali: uno spazio di mediazione in cui ogni padre può finalmente esprimere ciò che è sempre sembrato impossibile a casa. Che si tratti di riproporre combattimenti con la spada in giardino o di resuscitare un ricordo privato e devastante, questi resoconti di riconciliazione non offrono tanto una conclusione quanto piuttosto passi verso la riparazione, gesti che indicano che l’artista finalmente vede e tenta di guarire la ferita. “È il desiderio di sopravvivere, di dare un senso a tutto quel dolore”, dice Zhao. “È ciò che ci fa andare avanti”.
In un momento in cui molti governi mondiali ostentano la crudeltà come una virtù, promuovono modelli distorti di mascolinità sui social media e trasformano le atrocità in filmati politicizzati, il cinema reagisce riformulando le dinamiche del rapporto padre-figlio con maggiore onestà, vulnerabilità e responsabilità.
Pensiamo alle guerre, pensiamo all’ambiente, pensiamo all’intelligenza artificiale e pensiamo al mondo che stiamo lasciando ai nostri figli e di cui siamo responsabili- Nell’aria inizia ad insinuarsi un sentore di pentimento e senso di colpa. Della serie, abbiamo rovinato tutto, proviamo a migliorare la situazione.
Alla fine, Hamnet e Sentimental Value non raccontano la guarigione, ma qualcosa di più realistico e più umano: la possibilità di non perdere completamente sé stessi; l’arte non risolve il dolore, non cancella l’assenza, non assolve – ma crea uno spazio in cui lutto, rimorso e desiderio di riconnessione possono coesistere. Ed è questo che la rende insostituibile.

Hamnet
Le immagini presenti nel post sono prese del film “Hamnet” della regista Chloé Zhao.