La cultura è morta o semplicemente sta cambiando forma?
La fine della cultura condivisa
La domanda circola come un refrain ossessivo: la cultura è morta? Molti sostengono che oggi tutto sembri derivativo, ripetitivo, sterile, come se l’immaginazione collettiva fosse entrata in letargo, mentre altri osservano che la cultura esiste ancora, ma si manifesta in forme più frammentate, più complesse, meno evidenti: non più il beat di una città, la musica che unisce generazioni, i film che tutti guardano nello stesso periodo, ma microcosmi di consumo e creatività che proliferano in parallelo e che sfuggono al controllo dei canoni tradizionali.
Il problema, semmai, non è l’assenza della cultura, ma la perdita di un linguaggio comune in grado di fungere da riferimento condiviso, la scomparsa di un “zeitgeist” facilmente identificabile, e la prevalenza di una cultura algoritmica che cura contenuti estremamente specifici per ciascun individuo, moltiplicando le micro-comunità in cui ciascuno pedala sulla propria cyclette, isolato, mentre il mondo reale sembra meno rilevante dei propri PER TE digitali.

La tesi del declino, eppure qualcosa si muove
Negli anni passati, la cultura popolare aveva punti di riferimento inconfondibili: un singolo, una band, un film, uno spettacolo con cui la maggioranza poteva interagire, da Kurt Cobain a Michael Jackson da Star Wars al Padrino, fenomeni che non erano solo intrattenimento ma luoghi di aggregazione sociale e fonti di immaginario condiviso; oggi, il flusso di contenuti è così dispersivo che ogni esperienza tende a diventare personale, filtrata da algoritmi, accelerata dai servizi di streaming che pubblicano intere stagioni in un solo colpo, e diluita in una moltitudine di microcosmi culturali, tutti validi, ma incapaci di generare un senso condiviso. In questo contesto, molti sostengono che la cultura tradizionale sia stata svuotata: non è più presente un nucleo di riferimenti impliciti e trasversali, ma solo un mercato che ricicla nostalgia e formule consolidate, in cui ciò che viene creato è pensato per essere immediatamente comprensibile, digeribile e consumabile. La cultura, così concepita, si riduce a segnali da collezionare: generi musicali, abiti, mode, tutto diventato segno di identità più che esperienza condivisa, mentre il bagaglio esperienziale e creativo che un tempo definiva le sottoculture si dissolve in una serie di “scatole” selezionabili a piacimento.
Eppure, nonostante la tendenza alla standardizzazione e alla ripetizione, si stanno osservando segnali di resistenza culturale e di rinascita dell’arte come sfida: artisti come Rosalía con LUX, Charli XCX con House per Cime Tempestose, Ethel Cain con il Southern Gothic, così come progetti sperimentali nel mondo videoludico e cinematografico, dimostrano che il desiderio di complessità, di formalità ambigua, di narrazione stratificata non è scomparso. Gli artisti cercano di creare opere che sfidino il pubblico, di riattivare l’esperienza estetica e intellettuale, di resistere all’omologazione algoritmica, mentre il pubblico sembra rispondere positivamente, dimostrando di essere pronto a dedicare tempo e attenzione a esperienze profonde, articolate, richiedenti concentrazione, riflessione e immersione, come nel caso della riscoperta dei classici letterari, della letteratura del Novecento, dei film d’autore, del cinema gotico contemporaneo o dei generi indie sperimentali.
In questo scenario, è possibile articolare tre punti centrali che sintetizzano la complessità del momento:
• la dissoluzione della cultura condivisa: la monocultura è scomparsa, i punti di riferimento collettivi si sono frammentati e la cultura popolare è intrappolata in un ciclo di nostalgia e reboot, mentre la diversificazione dei gusti e la globalizzazione hanno moltiplicato le sottoculture, spesso più ampie ma meno uniche e capaci di generare identità durature e l’arte si è ritirata in nicchie, micro-comunità, esperienze rarefatte, come se la cultura fosse diventata un panorama di segni, simboli e scelte stilistiche individuali, più che un orizzonte condiviso;
• il declino percepito e le forze che lo alimentano: la tecnologia, i dati, la logica di mercato, la globalizzazione e l’individualismo consumistico hanno eroso la profondità e il significato implicito della cultura, creando un mondo in cui le identità e le pratiche culturali sono codificate, collezionabili, spesso superficiali e l’arte, che potrebbe sfidare l’algoritmo, rischia di essere marginalizzata, mentre la ripetizione del passato, l’omologazione del gusto e il ricorso al già noto proteggono il sistema dai rischi dell’innovazione culturale;
• la rinascita della sfida artistica: artisti contemporanei, in musica, cinema e letteratura, stanno dimostrando che l’arte può ancora essere complessa, stratificata, sperimentale, portando il pubblico a ricercare attenzione e impegno, dalla musica orchestrale e multilingue alla narrativa contemporanea che esplora l’ignoto e la complessità dell’umano, passando per esperienze audiovisive immersive e videogiochi narrativi, mentre fenomeni come il ritorno della lettura lenta e la volontà di resistere alle semplificazioni digitali mostrano che il desiderio di cultura profonda e sfidante è vivo e cresce, pronto a rigenerare linguaggi e significati.

Allora la cultura è morta?
Dipende da cosa intendiamo per cultura.
Se la pensiamo come un insieme condiviso di simboli e riferimenti, allora sì: quella forma è finita.
Se la intendiamo come una tradizione implicita che plasma il comportamento collettivo, allora è in crisi.
Se la immaginiamo come capacità di creare forme nuove, allora è in una fase di congestione, di stasi, di revisionismo.
Ma se la cultura è l’energia creativa dell’uomo, il desiderio di dare un senso al mondo attraverso immagini, parole, melodie, allora no: non è morta; si è spostata altrove. Sta cambiando pelle.
Sta cercando un nuovo modo di esistere in un ambiente dominato dalla tecnologia e dalla riproducibilità infinita.
Forse la cultura non è scomparsa: si è ritirata, in attesa e quello che stiamo vivendo non è un funerale, ma una transizione.
La cultura non è morta: sta aspettando un nuovo linguaggio, un nuovo tempo, un nuovo immaginario.
La domanda non è più “dov’è la cultura?”, ma “siamo e saremo capaci di vederla quando ricomparirà?”.

Gemini
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