Video AI sempre più realistici: siamo pronti a non credere più ai nostri occhi?
“L’ho visto con i miei occhi” non basta più
Ci siamo fatti una domanda e abbiamo provato a darci una risposta, un po’ alla Marzullo.
E se fino a qualche anno fa, la risposta che stiamo per darvi sarebbe sembrata fantascienza ad oggi, invece, appare sempre più concreta: come faremo a distinguere ciò che è realmente accaduto da ciò che è stato generato da un’intelligenza artificiale? Lo spunto è arrivato quasi per caso. Ci siamo imbattuti su Instagram in un video che riprendeva il cantante dei Depeche Mode Dave Gahan e il suo chitarrista Martin Gore allo stadio durante gli ultimi Mondiali di calcio, intenti nel guardare la partita: oltre ventiduemila “Mi piace”, migliaia di condivisioni e nessuna indicazione evidente che si trattasse di un contenuto generato con l’IA. Solo entrando nel profilo dell’autrice compare una breve descrizione: “AI Video Director”.

Basta davvero così poco?
Scorrendo Instagram, TikTok o Facebook ci accorgiamo che i reel realizzati con l’intelligenza artificiale stanno diventando sempre più numerosi, ma soprattutto sempre più credibili. Per il momento molti presentano ancora piccoli difetti; presto, però, questi dettagli spariranno. E allora la domanda non riguarderà più la qualità della tecnologia, ma la nostra capacità di interpretare la realtà.
Pensiamo ad uno degli eventi che hanno segnato la storia occidentale contemporanea. L’11 settembre è stato documentato da migliaia di videocamere amatoriali: immaginiamo, però, che tra vent’anni inizino a circolare video perfettamente realistici che mostrano dettagli mai avvenuti.
Un’ala dell’aereo che si stacca prima dell’impatto, persone mai esistite, scene completamente inventate, ma visivamente impeccabili. Anche se si trattasse di modifiche apparentemente marginali, contribuirebbero comunque a riscrivere una memoria collettiva.
Per secoli la storia è stata raccontata attraverso documenti scritti, spesso filtrati dai vincitori, dalla politica o dall’ideologia dominante. Oggi rischiamo qualcosa di diverso ma altrettanto delicato: una storia visiva manipolabile con una facilità mai vista prima. Naturalmente la società e i colossi tecnologici non stanno rimanendo con le mani in mano: Google, ad esempio, sta sviluppando sistemi come SynthID per inserire filigrane invisibili nei contenuti generati dall’intelligenza artificiale, mentre dal 2 agosto entreranno progressivamente in vigore gli obblighi previsti dall’AI Act europeo sulla trasparenza dei contenuti sintetici. La Commissione Europea ha inoltre pubblicato un Codice di buone pratiche destinato agli sviluppatori dei modelli generativi.
È un passo importante certo; viene però spontaneo chiedersi se arriverà abbastanza presto. Nel frattempo milioni di immagini e video artificiali stanno già popolando internet e continueranno a farlo.
Ai nostri tempi qui era tutta campagna
Non stiamo dicendo che prima dell’AI la comunicazione fosse un mondo perfetto, ci mancherebbe. Ma per molti anni è esistito una sorta di contratto sociale implicito. Le grandi testate giornalistiche mettevano in gioco la propria reputazione ogni volta che pubblicavano una notizia e costruivano la propria credibilità sulla verifica indipendente delle fonti; quando un’informazione non era ancora confermata, lo dichiaravano apertamente oppure aspettavano ulteriori riscontri prima di pubblicarla.
Non era un sistema perfetto, ma il lettore aveva almeno un parametro per valutare l’affidabilità della fonte.
Oggi, invece, il meccanismo è completamente cambiato.
Chiunque può pubblicare qualsiasi cosa, spesso in forma anonima, senza alcuna responsabilità reputazionale. Abbiamo visto video attribuiti ai bombardamenti di Tel Aviv che in realtà mostravano Gaza; fotografie delle proteste di Los Angeles presentate come immagini recenti quando provenivano dalle manifestazioni seguite alla morte di George Floyd. Tutto questo è successo senza l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’IA rende semplicemente tutto molto più semplice, veloce e scalabile e c’è poi un rischio ancora più sottile.
Le informazioni non vengono soltanto falsificate; vengono continuamente riorganizzate per sostenere una determinata narrazione. Prendiamo ancora come esempio l’11 settembre. A seconda della prospettiva adottata, quello stesso evento può essere raccontato come un attacco terroristico contro migliaia di civili innocenti oppure come la conseguenza delle politiche internazionali degli Stati Uniti: le interpretazioni fanno parte della storia. Il problema nasce quando un sistema di IA è in grado di riscrivere in pochi secondi interi programmi scolastici, libri di testo, materiali didattici o archivi digitali adattandoli automaticamente alla narrativa desiderata. Paradossalmente, questo scenario restituisce valore anche ai vecchi libri cartacei, alle biblioteche e agli archivi fisici: non perché siano immuni dagli errori, ma perché non possono essere modificati da remoto con un aggiornamento software.
E nel frattempo…possiamo ancora difenderci?

Per il momento sì, almeno in parte
Ovviamente uno dei primi elementi da osservare è proprio la qualità dell’immagine. Può sembrare contro intuitivo, ma molti video generati dall’intelligenza artificiale vengono deliberatamente resi più sgranati, sfocati o compressi. La bassa qualità nasconde gli errori che l’algoritmo produce ancora oggi: texture della pelle innaturali, capelli che cambiano forma, oggetti sullo sfondo che si muovono in modo impossibile; ma naturalmente non si tratta di una prova che vale in assoluto.
Un video sfocato non è necessariamente falso, così come un video nitido non è necessariamente autentico; insomma la qualità, da sola, non dimostra nulla. Può però essere un segnale che ci invita a osservare con maggiore attenzione.
Anche la durata offre qualche indizio. Oggi la maggior parte dei video generati con l’IA dura pochi secondi: sei, otto, dieci al massimo. Generare sequenze più lunghe è costoso e aumenta la probabilità che emergano errori visivi; si tratta di un limite tecnico destinato a scomparire e proprio per questo non possiamo considerarlo una soluzione.
Una riflessione più ampia
Per oltre un secolo abbiamo attribuito alle fotografie e ai video un valore quasi probatorio. “L’ho visto con i miei occhi” era sinonimo di certezza. Oggi questa equivalenza sta rapidamente svanendo e in un prossimo futuro non giudicheremo più un contenuto dalla sua apparenza, ma dalla sua provenienza: chi lo ha pubblicato, dove è comparso per la prima volta, quali verifiche indipendenti ha superato, quale contesto lo accompagna.
Esattamente come facciamo già con i testi. Non crediamo a un articolo soltanto perché qualcuno lo ha scritto; valutiamo la fonte, l’autore, la reputazione, le verifiche e con i video dovremo imparare a fare lo stesso. Secondo molti ricercatori questa rappresenta una delle più grandi sfide informative del XXI secolo perché serviranno strumenti tecnologici, nuove normative che sappiano evolvere nel tempo, educazione digitale e una maggiore consapevolezza collettiva.
Perché la domanda non sarà più se un video è stato creato da un’intelligenza artificiale. La domanda sarà se abbiamo finalmente imparato a fidarci delle persone, dei video, giusti.

Gemini
Le immagini presenti sono state create tramite Gemini.